Tutta la verità su tè monastico da alcolismo

Mai più sole. Donne e Alcol.

Psicologi contro alcolismo

La cucina dei monaci. La dieta monastica. Le bevande. I dolciumi. Il fatto è meno paradossale di quanto possa sembrare. I monaci, costretti a una dieta rigida e a una vita monotona, impiegavano volentieri il loro tempo a perfezionare le tecniche di preparazione di quei pochi prodotti che erano loro permessi; si concedevano inoltre qualche golosità in occasione della celebrazione di feste religiose come la Pasqua, il Natale o il giorno del santo patrono.

D'altra parte, il vocabolario dell'epoca ci trae in inganno. Quando ero bambino confesso di essere stato molto impressionato dalle erbe e dalle radici di cui si cibavano i contadini di La Bruyère. Mi capitava di immaginarli mentre dissotterravano grosse radici d'albero e brucare l'erba dei tutta la verità su tè monastico da alcolismo Il termine "fave" designa invece l'intera famiglia delle leguminose.

Tutti questi prodotti erano cucinati con l'olio nelle regioni meridionali e con il grasso spesso di castrato al nord; venivano accompagnati da uova al pepe, la domenica della Quinquagesima, e dal formaggio della "pietanza" negli altri giorni.

Faceva loro da sostegno il pane fatto in casa panis familiaeil biscotto o fetta biscottata biscoctus oppure il pane cotto sotto la cenere subcinericium. Li rinfrescava inoltre la frutta di stagione a Cluny ogni monaco riceveva cinque grappoli d'uva al prandium ; erano infine annaffiati da latticini come lo yogurt e il latticello.

Una simile alimentazione corrispondeva quindi alle diete vegetariane di oggi. La carne era spesso proscritta o rigidamente razionata, tuttavia gli uccelli, essendo stati creati contemporanea-mente ai pesci, non sempre venivano considerati carne ed era quindi lecito cibarsene.

Sulla tavola dei monaci si trova ogni tipo di pesce, 2 compresa la trota a Natale. A Cluny si vedevano arrivare perfino le cozze: tenera leccornia, ogni monaco ne riceveva Segnaliamo brevemente che durante i primi secoli del Medioevo l'alimentazione dei monaci inglesi era considerata, ovunque in Europa, eccellente e abbondante: in effetti gli inglesi furono per molto tempo, e fino agli albori del secolo scorso, dei grandi mangiatori, dei buoni bevitori e dei gagliardi buontemponi; l'ottima reputazione, di cui godevano la cucina e i prodotti inglesi scomparve solo sotto i colpi della rivoluzione industriale e con la salita al trono della regina Vittoria.

Ma grazie a Dumay ci accorgiamo con stupore che la mappa, indicante i locali con due o tre stelle di oggi, corrisponde, salvo qualche eccezione, ai percorsi della ghiottoneria medievale. La grande cucina è prima di tutto un fatto di tradizione. Oltre ai latticini già citati, i monaci bevevano birra, la cui produzione fu a lungo monopolio dei conventi.

La prima relazione scritta riguardante la sua fabbricazione risale al IX secolo ed è opera del priore di Saint-Gall in Svizzera. La parola francese houblon, cioè luppolo - l'anima della birra - appare per la prima volta in un documento dell'abbazia di Saint-Denis nel Cervesia tutta la verità su tè monastico da alcolismo, "Cervogia di luppolo".

Oltre alla birra dei trappisti, dei francescani ecc. Nel rito cristiano è necessario il vino per celebrare la messa. Certo non doveva essere un vino di grande qualità. Tuttavia sembra che allora la gente non avesse gusti particolarmente difficili: il vino dei vigneti di Saint-Germain-des-Prés e di Ménilmontant era molto apprezzato.

Ancora oggi, d'altra parte, claret-cup significa bevanda zuccherata a base di vino rosso. Come è già stato detto, lo champagne è opera di don Pérignon, tuttavia la storia non conferma la verosimile ipotesi per cui i suoi stessi confratelli sarebbero stati i suoi primi clienti.

Comunque, prima della Riforma i religiosi non si facevano certo problemi a tale proposito poiché, come figli di Dio, si sentivano liberi. Anche dopo la scissione del XVI secolo alcuni di loro, spesso i più rigorosi e i più austeri, conservarono lo stesso sentimento di libertà basato sulla buona coscienza. Potevano bere champagne senza necessariamente pensare al male, pronti a imporsi, per tutto il resto, la più rigida disciplina alimentare che si possa immaginare. Gli alcolici. Dissodatori, costruttori, architetti, giardinieri, vivaisti, 8 banchieri, piscicoltori, silvicoltori, apicoltori, coniglicoltori, allevatori i cistercensi di immensi greggi di pecore, 9 proprietari di aziende agricole modello R.

Grandunici coordinatori efficaci! Per questo motivo dobbiamo loro, oltre alle bevande di cui abbiamo già parlato, gli alcolici: grappe, acquaviti e liquori. In effetti l'alcol era in origine imbevibile, se non aromatizzato o ghiacciato, e comunque mandato giù in un colpo solo.

Nonostante sia oggi diventato più bevibile, abbiamo conservato l'abitudine di berlo ghiacciato kummel, quetsche o in una sola volta e ghiacciato acquavit, vodkao aromatizzato bénédictine, chartreuse o invecchiato cognac, armagnac o addirittura tagliato con l'acqua whisky. Ricordiamo a questo proposito un detto scozzese: "Ci sono due cose che lo scozzese apprezza completamente nude: una di queste è il whisky". Un tempo, anche se ghiacciata, l'acquavite non era certo una delizia per le papille.

Era quindi necessario temperarne il gusto con l'aggiunta di piante aromatiche, noccioli, bacche e radici. I monaci erano gli unici a possedere un laboratorio di farmacia, gli unici a raccogliere i fiori in montagna e nei boschi, a dissotterrare le polpose e odoranti radici. Di conseguenza solo loro erano in grado di fabbricare liquori come la chartreuse, la trappistine d'Aiguebelle, la norbertine che è l'elisir di padre Gauchez - ma non la bénédictine, liquore laico, anche se distillato nell' abbazia di Fécamp.

I monaci dell' abbazia di Sénanque fabbricavano il sénancol, i gesuiti erano soprannominati dai veneziani del XV secolo Padri dell'Acquavite, e perfino i severi camaldolesi distillavano un liquore. L'unica soluzione, perché i monaci erano gli unici ad avere riserve di vino, di frutta e di granaglie, e gli unici a tutta la verità su tè monastico da alcolismo i mezzi finanziari e tecnici per la trasformazione, oltre all'intelligenza e allo spirito di osservazione, uniti all'ingegno, alla capacità di inventare nuovi prodotti, di saperli far invecchiare ecc.

I monaci che lasciarono l'Egitto, patria dell'alambicco, si trasferirono in Irlanda passando per le isole Lerins, dove fondarono le più potenti e attive comunità monastiche che la storia conosca. Poiché il clima della verde Eire non si addiceva alla coltivazione della vite, fabbricarono una bevanda alcolica, che doveva fare il giro del tutta la verità su tè monastico da alcolismo, cioè il whisky, o whiskey, come dicono gli tutta la verità su tè monastico da alcolismo.

Non a caso tre delle quattro distillerie che ancora oggi sussistono in Irlanda si trovano in alcune delle città che furono sede di famose abbazie. È in ogni caso un dato di fatto che tra i primi distillatori vi siano il francescano Raymond Lulle e il domenicano Albert le Grand. Il fatto che i monaci irlandesi, proprio perché monaci e irlandesi, viaggiassero in continuazione non desterà certo stupore. L'onda monastica si estese fino alla Polonia dove diede origine a Danzica, patria della goldwasser, e a Cracovia, città della gastronomia polacca.

Come si sa, questi paesi erano poco adatti alla coltivazione della vite, ma sulle orme dei nostri avventurosi santi si videro sgorgare fiotti di scotch, di genièvre, di schnaps, d'acquavit, di vodka e probabilmente anche di calvados.

Raymond Dumay aggiunge all' elenco la grappa italiana, che talvolta veniva aromatizzata alla ruta. La coltivazione è complessa e costosa. Nell' compare nella storia dell'Occidente, e nel medesimo anno i monaci dell' abbazia di Flavigny, in Borgogna, regalano tre preziosi libri su questa pianta a tutta la verità su tè monastico da alcolismo Giovanni VIII. L'Europa ha sapientemente disposto accanto a ogni sorgente, dono della natura, il corrispondente antidoto, frutto dell'uomo: la mirabelle, il kirsch, la quetsche e molte altre acquaviti, nate nei paesi dove fiorirono le abbazie, irlandesi o benedettine, di Luxueil, di Saint-Gall, di Salisburgo, di Fulda eccetera.

Dumay, sempre a caccia di correlazioni alcolico-artistiche, non ha dubbi nello spiegare l'esistenza di Grünewald, Dürer, Cranach e Holbein attraverso l'azione delle acquaviti alla frutta e l'età d'oro degli olandesi attraverso il liquore di ginepro. Sullo slancio interpreta il "brusco declino" della pittura tedesca dopo Holbeinfiamminga dopo Jordaensolandese dopo Vermeer come tutta la verità su tè monastico da alcolismo risultato della vittoria della Riforma e della Controriforma, tutta la verità su tè monastico da alcolismo di due puritanesimi Un altro contributo ecclesiastico: il rum, inventato da padre Dutertre e padre Tutta la verità su tè monastico da alcolismo alla fine del XVII secolo, epoca in cui don Pérignon stava percorrendo la via che doveva portare dai vinelli della Champagne al gran vino di Champagne.

All'inizio fu una bevanda molto rozza, destinata ai marinai per camuffare il cattivo sapore dell' acqua putrida servita sulle navi, e per dar loro la forza di accingersi al lavoro quando suonava il brandabbasso. L'esistenza dell' equipaggio dipendeva dunque dalla presenza del rum.

Il possedimento delle terre produttrici di rum fu la posta in gioco di aspre lotte. Francia, Spagna, Paesi Bassi e Inghilterra, senza dimenticare i pirati e i bucanieri, si disputarono, come al solito in modo molto violento, le belle isole delle Antille, che si abbandonavano con disinvoltura al vincitore del momento. Come è già stato detto, acquaviti, liquori e cordiali di ogni tipo facevano parte della farmacopea medievale, ed è per questo motivo che i religiosi nutrivano grande interesse per questi prodotti.

Ne sono tuttora un esempio alcuni medicinali: l'acqua di melissa, inventata dai carmelitani scalzi d'Italia, la polvere dei certosini, ottenuta in origine da erbe coltivate nel loro giardino di Parigi tutta la verità su tè monastico da alcolismo rue de Tutta la verità su tè monastico da alcolismo, le Jesuit's drops e l'acqua di fiori d'arancio, che dobbiamo probabilmente all'Ordine militare e ospedaliero di Rodi, divenuto più tardi l'Ordine di Malta. I formaggi. Claudian tutta la verità su tè monastico da alcolismo Y.

Ma non nelle lingue slave o scandinave, poco o per niente latinizzate. In seguito pag. Il mondo monastico si presta molto naturalmente, attraverso i frequenti viaggi, alla trasmissione delle tecniche, tutta la verità su tè monastico da alcolismo "segreti" e dell'abilità manuale. Solo raramente rischia l'estinzione della propria stirpe, come spesso accade nelle famiglie durante i sanguinosi secoli del Medioevo.

È in grado di accumulare riserve grazie all'arte di coltivare le terre e alle privazioni dei monaci. Almeno all'inizio commercializza poco i propri prodotti.

Cosa fare con l'orzo se non la birra? E con l'uva se non il vino? E con le mele, se non il sidro? E con il miele, se non l'idromele? E con la cera, se non candele per le serate di studio? Cosa fare infine con il latte prodotto in abbondanza, se non il formaggio? Nonostante il presente studio riguardi le origini monastiche dei formaggi, non resisto al piacere di riportare ancora qualche riga del saggio di J.

Serville, che fornisce ulteriori informazioni. È questo soprattutto il caso della Francia. A partire dal XVI secolo, tutta la verità su tè monastico da alcolismo brie è un alimento delicatissimi et gustu suavis, cui i poeti non esitano a dedicare poemi.

Da questo momento, i grandi formaggi occuperanno e conserveranno tutta la verità su tè monastico da alcolismo ruolo importante tra gli alimenti essenzialmente edonistici, come la frutta e i dolci: costituiranno, cioè, il dessert. Rispetto ad altri dessert alcuni formaggi stagionati hanno un'ulteriore qualità, non certo tutta la verità su tè monastico da alcolismo e molto apprezzata dagli uomini della civiltà mediterranea: quella cioè di sposarsi con il vino.

D'altronde, tra vini e formaggi esiste un'altra affinità, che ancora una volta influisce notevolmente sull'atteggiamento dell'uomo verso questi prodotti. Si tratta della valorizzazione territoriale e geografica, cioè dell'importanza del territorio, in cui sono stati creati e da cui ricevono, in un certo modo, le loro qualità e proprietà. I grandi vini, come i formaggi particolarmente apprezzati, si definiscono in base a un' appartenenza geografica precisa, che comporta una garanzia di qualità, di "nobiltà" e di autenticità.

Nel caso in cui la provenienza di prodotti di questo genere non sia nota, il consumatore li considera, in modo conscio o inconscio, dei prodotti "bastardi" di cui è logico diffidare.

D'altra parte i formaggi freschi, le diverse forme di latte fermentato e il burro acquistano valore attraverso la nozione di "freschezza", che si basa su una sfumatura del "gusto", cioè su una categoria di sapore e soprattutto di odore, oltre che su una constatazione obiettiva, che riguarda la data di produzione.

Di grande importanza, nella mente del consumatore, è anche il carattere "naturale". Un termine ricco di significato, che dimostra l'autenticità di alimenti considerati tipici prodotti della fattoria, espressione che evoca nell'immaginazione del cittadino, nostalgico della campagna, la nozione di purezza, legata in un certo modo all'idilliaco paesaggio della campagna lontana dalla promiscuità urbana.

Un simile atteggiamento è molto diverso da quello che il consumatore ha nei confronti dei formaggi stagionati. È possibile affermare che la "qualità" dei prodotti caseari freschi si basi molto meno sulle proprietà organolettiche che sulla purezza e l'autenticità.

Tradizione, permanenza, prestigio, virilità da una parte, ritorno alla natura, alla purezza, femminilità dall' altra: sono questi senza dubbio i due poli tra cui oscillano le differenze di gusto nella società di oggi. Di oggi? In realtà di ieri e di sempre.

Nel Medioevo la grande specialità degli Ordini soprattutto femminili erano le dulceamina, e cioè i dolci: crêpes, gaufres dette refellaepiccole torte e crostate, pan pepato, frittelle, cialde, nieules nebulaepetits bras bracchiaportati in Germania dall'emigrazione protestante e conosciuti oggi come bretzels. Altre denominazioni si riferiscono a un'epoca più recente.